Come Installare WordPress su Hosting Linux

Vediamo ora come procedere per poter installare facilmente WordPress su Hosting Linux, operazione che sembra essere molto complessa ma che, in realtà, risulta essere meno complessa di quanto si possa immaginare. Ecco come si deve svolgere la procedura corretta in modo tale che tu possa effettivamente portare al termine, in modo corretto, la suddetta procedura.

La fase iniziale

Per prima cosa occorre semplicemente sul pannello di controllo dell’Hosting di Linux: generalmente occorre recarsi sulla voce http://pdc.dnscore1.com/ per poter accedere alla voce Manage Database. Questa operazione permette di creare il Database che consentirà di installare tutte le diverse funzioni di WordPress e trasformare completamente il proprio sito web.
Dopo aver svolto questo particolare tipo di operazione si deve procedere col cliccare sulla voce Add M SQL Database: una volta che hai inserito tutti i diversi dati basilari potrai procedere con la modifica delle impostazioni che permettono a Linux di leggere correttamente WordPress.

Cosa modificare per l’installazione

A questo punto devi procedere con l’installazione di WordPress scaricato dal sito http://www.wordcamp.it all’interno dell’hosting Linux. Prima di tutto devi aprire il file wp-config-sample.php il quale ti permette di accedere a tutte le diverse tipologie di informazioni che dovrai inserire per effettuare la corretta installazione. Devi sapere che, quando procedi con la modifica dovrai inserire tutti i dati le quali devono essere uguali a tutte le diverse informazioni che hai inserito nella fase precedente. Per questo motivo ti è consigliato salvare una copia della configurazione in modo tale che tu possa effettuare la configurazione corretta.

Rilasciato Linux 4.15: tutte le novità da scoprire

La nuova versione di Linux è stata finalmente rilasciata nella sua forma completa. Si tratta dell’aggiornamento Linux 4.15 che prevede numerose novità, in particolare nel supporto all’hardware, oltre a offrire una prima misura contro Spectre e Meltdown. A dare l’annuncio di questa versione attesissima è stato Linus Torvalds, il quale ha ufficializzato la sua disponibilità al grande pubblico. Con Linux 4.15 si pone così fine a un lungo periodo di rilascio, pari a un’attesa complessiva di 9 settimane, che corrispondono ad altrettante release candidate.

Con il nuovo kernel, vengono introdotte numerose novità, in particolare per gli utenti di prodotti AMD. Grazie alla nuova versione è possibile trovare la compatibilità con i sensori di temperatura delle CPU Zen (che sono Ryzen e Threadripper), oltre ad abbracciare anche l’arrivo di un migliore driver, dedicato alle GPU della famiglia Radeon. Ma ciò che incuriosisce di più sono proprio le misure prese in considerazione per risolvere le problematiche legate ai temibili Spectre e Meltdown, due gravi problemi di sicurezza.

Torvalds ha inoltre annunciato e svelato la sua più grande speranza, affinché la nuova versione sia l’ultima a dover fare i conti con importanti emergenze, esattamente come quelle che si sono presentate nelle ultime settimane.

I migliori notebook Asus del 2017: la top 4!

Facendo riferimento all’anno corrente, fino al mese di settembre, qual è il miglior notebook Asus 2017? La risposta si trova attraverso i dati di mercato, prendendo in esame i tanti modelli presentati sul mercato, diversificati per caratteristiche tecniche e prezzi. I migliori portatili Asus vengono apprezzati dagli utenti per la tecnologia usata, per il design e l’equilibrio garantito tra qualità e prezzo.

Novità e conferme: i notebook Asus migliori del 2017

La più interessante novità Asus si chiama Zenbook Flip 14, un ibrido che è considerato come il più sottile 2 in 1 al mondo. Ha uno spessore di appena 13,9 mm di spessore e un peso di 1,4 kg. Ha una scheda grafica dedicata, che aiuta a gestire le attività di modifica delle foto e video. Ha un display da 14 pollici e un processore di nuova generazione Intel Core 8, con un disco SSD da 1 TB e 16 GB di Ram.

Sennheiser Momentum: Cuffie di Alto Livello per PC e Smartphone

La Sennheiser ci ha sempre abituato a cuffie dall’eccellente fattura e dalla straordinaria qualità audio, il tutto unito ad una riconoscibile eleganza ed un sinuoso design. Tutte queste caratteristiche si sono sono concentrate nei prodotti Momentum, serie che analizzeremo in questa recensione. Queste cuffie sono presenti sia nel modello Over-Ear che in quello auricolare In-Ear e rappresentano il prodotto di punta dell’azienda per il mercato consumer, infatti vanno a racchiudere tutti i pregi delle precedenti serie, procedendo verso innovazione e qualità. Possono essere utilizzate con Smartphone, Tablet e PC senza alcun problema di compatibilità, dunque procediamo con la recensione.

Sennheiser Momentum HD1 Over-Ear

La prima cosa che colpisce delle Momentum Over-Ear, nome in codice HD1, è l’elegante design, infatti sono disponibili in vari colori, dai più comuni come il marrone ed il nero, al più particolare ed originale come il color avorio. Partendo dall’archetto superiore, le cuffie si presentano di fascia alta e si nota la maniacale cura per il dettaglio. Perfette risultano le cuciture superiori della parte in pelle fino alla sottostante struttura in alluminio. L’imbottitura è ottima, garantisce una buona sensazione di comodità, e sono molto eleganti le placchette sui lati su cui è presente il logo Sennheiser.

Linux Mint 18.3: le ultime novità e caratteristiche di Sylvia

Ha finalmente un nome il nuovo Linux Mint 18.3: si chiamerà Sylvia, così come è stato confermato dal fondatore Clement Lefebvre, attraverso un post sul blog ufficiale di Mint. La data di distribuzione è prevista per il mese di novembre, massimo dicembre, e riserverà diverse novità. Tra queste citiamo i strumenti per il backupmintBackup e Timeshift, che equipaggeranno Mint 18.3 Sylvia.

Al momento il team tra lavorando per lo sviluppo della nuova versione, partendo dalle traduzioni disponibili, che necessitano miglioramenti.

Il desktop di Mint cercherà infine di adattarsi al meglio con i display moderni, che sono caratterizzati da risoluzioni alte. In alcuni casi, senza il corretto supporto del software, vi sono non poche difficoltà di utilizzo per gli utenti, che si trovano davanti a icone o scritte con dimensioni davvero microscopiche.

Screen e il terminale

Screen appartiene a quella categoria di applicativi molto potenti ma poco conosciuti, basta però utilizzarlo anche una sola volta per non poterne più fare a meno. Tecnicamente è un multiplexer per terminale, ovvero un applicativo con cui eseguire, all’interno di una console, molti comandi contemporaneamente, oppure connettersi allo stesso schermo virtuale da più console. Proprio questa seconda opportunità è quella preferita dagli esperti utenti GNU/Linux, infatti, tramite screen si può lanciare un programma, disconnettersi dal suo output, fare altro e riagganciarsi ad esso in un altro momento senza aver perso nulla! Più facile a farsi che a dirsi, basta infatti eseguire screen da riga di comando, lanciare ad esempio la compilazione del kernel e poi premere CTRL + A + D per eseguire il detach (la disconnessione). A questo punto si potrà lavorare su altri programmi e quando lo si riterrà opportuno basterà eseguire il comando

screen -x

per agganciarsi nuovamente alla sessione precedentemente “distaccata” dallo schermo (ma non sospesa, infatti nel frattempo il programma avrà continuato a lavorare). Nel caso in cui vi siano più sessioni disponibili, i nomi delle stesse verranno elencati e si dovrà rieseguire screen facendo seguire l’identificativo della stessa dopo lo switch -x. Grazie a questo applicativo ci si può ad esempio collegare in remoto al proprio server, eseguire lunghi comandi di manutenzione, scollegarsi e connettersi anche dopo ore per vedere il risultato, oppure connettersi da più macchine allo stesso schermo “virtuale” e lavorare insieme. La modalità condivisa permette a tutti gli utenti che si “agganciano” non solo di vedere il contenuto dello schermo ma anche di scrivere sulla stessa console; una bella comodità!

Cos’è il Master Boot Record?

Il Master Boot Record (MBR), in italiano settore di avvio, è costituito dai primi 512 byte (mezzo Kbyte) dell’hard disk. È all’interno di questo settore del disco rigido che vengono conservati tutti i comandi e le informazioni necessarie al PC per poter avviare il sistema operativo.

In pratica, il software di avvio (meglio noto come firmware) contenuto nella ROMdel BIOS carica ed esegue il contenuto del Master Boot Record che a sua volta dispone degli strumenti necessari per caricare il sistema operativo. All’interno dell’ MBR, infatti, è presente la tabella delle partizioni, utilizzata dal sistema per conoscere la struttura dell’hard disk (indispensabile per caricare ed avviare il settore di avvio della partizione segnata come attiva) e il boot loader (per GNU/Linux LiLo o Grub) che si occupa, successivamente, di caricare il kernel del sistema operativo.

A cosa serve il comando history?

L’utility history si occupa di mantenere la cronologia dei comandi shell già eseguiti. In questo modo, nel momento in cui bisogna usare nuovamente lo stesso comando, non è necessario riscriverlo da zero ma basta eseguire history. A questo punto, immediatamente viene visualizzato l’elenco dei comandi eseguiti dall’utente fino a quel momento e ad ognuno di essi sarà associato un numero. Fatto ciò, per eseguirne nuovamente uno bisogna utilizzare il punto esclamativo (!) seguito dal numero che lo identifica, ad esempio: !154.

Ovviamente, dipende da quanti comandi sono stati eseguiti, la lista fornita da history può essere anche molto lunga e, poichè il programma si limita a scorrerla dall’inizio alla fine senza pause, è bene associarlo a more o less nel modo seguente: history | more o history | less. In alternativa basta digitare il punto esclamativo seguito dalla stringa iniziale di uno di essi per ripeterlo senza doverlo riscrivere. Supponiamo di aver eseguito mount -t iso9660 linux.iso /mnt per montare un’immagine ISO. Per ripetere il comando basta eseguire !mount. Infine, è sempre possibile scorrere lo storico dei comandi (cioè quelli già eseguiti) utilizzando i pulsanti Freccia-Sù e Freccia-Gù della tastiera: dopo averli individuati basta premere Invio.

Come si applica una patch al kernel?

Una patch (letteralmente “pezza”), detta anche file di modifiche o semplicemente aggiornamento, è un frammento di codice che, inserito all’interno del kernel Linux, ma anche di un qualsiasi altro programma, consente di aggiungere a quest’ultimo nuove funzionalità o a correggere eventuali difetti. Il vantaggio offerto dalle patch è che aggiornano il codice e allo stesso tempo eliminano la necessità di dover reinstallare una nuova versione del software da zero. Nel caso del kernel Linux, ad esempio, l’applicazione di una patch evita di dover scaricare e installare nuovamente l’intero sorgente, generalmente di grosse dimensioni. Per quanto riguarda le patch specifiche per il kernel Linux, in genere, sono disponibili sotto forma di file compressi con estensione .bz2 o .gz. Per applicarne una al kernel bisogna, innanzitutto, copiarla all’interno della directory /usr/src, dopodiché è necessario spostarsi nella stessa cartella mediante il comando cd /usr/src ed eseguire uno dei due comandi seguenti a seconda del formato di file utilizzato:

bzip2 -dc nome_file.bz2 | patch -p1
gzip -dc nomefile.gz | patch -p0

Oltre a questo sistema, è possibile utilizzare lo script patch-kernel presente nella directory /usr/src/linux/scripts. In questo caso è necessario copiare le patch nella directory /usr/src, spostarsi in /usr/src/linux/scripts con cd/usr/src/linux/scripts ed eseguire il comando ./patch-kernel. È importante ricordare che in presenza di più kernel è necessario spostarsi ed eseguire tale comando nella directory corrispondente a quello che si intende patchare. Ad esempio, per il kernel 2.6.20, potrebbe essere qualcosa di simile a /usr/ src/linux-2.6.20/scripts. Inoltre, dopo aver applicato la o le patch, prima di poter sfruttare le nuove caratteristiche, è sempre necessario ricompilare il kernel.

Gestione aziendale con Promogest

Perché spendere soldi per avere un software di gestione affidabile? Ne abbiamo provato per voi uno Open Source: facile, conveniente e sicuro
Amministrare la propria attività, piccola o grande che sia, richiede molto tempo ed alla base di tutto gioca un ruolo fondamentale la scelta del software di gestione che più si adatta alle proprie esigenze. Di programmi di questo tipo ne esistono a migliaia ed anche nel panorama Open Source le soluzioni valide non mancano. Tra questi c’è Promogest un potente gestionale “Made in Italy”. Il software è gratuito, completamente personalizzabile, veloce ed intuitivo. Inoltre, permette la completa copertura funzionale delle principali aree di gestione di un’azienda: acquisti, anagrafiche, banche, clienti, documenti, fatturazione, fornitori, listini, magazzini, pagamenti, prodotti, report, vendite e molto ancora. Altro punto di forza è l’architettura client/server che gira nativamente sotto GNU/Linux e Windows, un aspetto importante, specie per le aziende che, per varie ragioni, devono utilizzare sistemi operativi differenti. In pratica, il programma è composto da un client grafico che si interfaccia al potente database server (RDBMS) PostgreSQL (www.postgresql.org), dove vengono materialmente archiviati tutti i dati inseriti. Nel corso dell’articolo vedremo come installare ed usare Promogest per essere subito produttivi.